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Rime cestistiche

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Descrizione

Germano Piroli

Prefazione di Mario Arceri

C’è un film, “La musica nel cuore”, che racconta di un bimbo fuggito da una casa famiglia in cerca dei suoi genitori. La musica è appunto nel suo cuore, e i mille rumori di New York si trasformano da stridenti cacofonie in ritmi da catturare e riavvolgere con sensibilità fino a farli diventare sinfonia. Tra questi, il tempo lo dà un pallone da basket che rimbalza, la sua musicalità che riflette il gioco e quel ritmo che chiunque abbia calcato un campo di pallacanestro, o abbia vissuto questo sport dai suoi bordi, conosce bene. Ha le sue leggi e la sua armonia: il bel gioco deve infatti essere armonico ed ogni distonia è facilmente captabile perché interrompe la fluidità quasi musicale dei suoi suoni.

Dalla musica alla poesia: il salto non è poi così lungo, né così azzardato. Entrambe espressioni dell’anima, entrambe ispirazioni che vengono dalla partecipazione intima alle cose della vita spesso idealizzandola, con un’altra caratteristica comune: il ritmo e l’accordanza della sua scansione. Niente di strano, dunque - ma semmai finalizzazione di un processo sentimentale - che il basket sia diventato oggetto di poesia o di splendidi brani (“Il Pivot” di Claudio Baglioni è una delle conferme) e che, con questo volume, abbia dato vita ad un’antologia dedicata ad una disciplina che è nel cuore di tutti, e ai suoi protagonisti.

L’impresa artistica è di Germano Piroli, non nuovo ad avventure di questo genere. Ingegnere informatico, un background quindi scientifico, che non gli ha però precluso di inseguire gli algoritmi del cuore. Un passato da giocatore, un presente di impegno in una delle realtà cestistiche romane più benemerite, le Red Foxes di Acilia, che si distinguono per l’originalità e la propositività delle iniziative rivolte ai giovani.

Germano propone 148 profili in rima di altrettanti grandi personaggi che hanno fatto la storia del basket mondiale e italiano, giocatori, allenatori, giornalisti. Di ciascuno ha saputo trarre con rara sintesi e in pochi versi carattere e personalità, creando una galleria di affreschi inimitabili: con la conoscenza del campione, cogliendo di ciascuno l’aspetto che più ha sollecitato la sua fantasia. Un lavoro lungo e approfondito che regala, pagina dopo pagina, sensazioni e ricordi per chi ne ha vissuto l’epoca, e spunti di ricerca per chi ne conosce solo il nome e che, dalla lettura di questi versi, trova stimoli per saperne di più.

Abbina ai requisiti tecnici i valori umani, ne esplora i confini scandendoli in rima. Ottave di rara sintesi (e due sonetti, dedicati a Jabbar e Bryant) che rendono leggera ed incisiva la lettura. In definitiva un atto d’amore che la lirica che chiude il volume, “’A Palla a Spicchi”, spiega magistralmente: “...me chiama da ‘na vita / ed io risponno come sempre presente /de mejo, a naso, nun c’è proprio gnente / che giocà o vedesse ‘na bella partita”, proseguendo con un tributo a chi ce l’ha regalata: “Benedetto sia Naismith che l’ha concepita”.

Perché, dopo le centoquarantotto liriche dedicate ai personaggi, nelle ultime sette Germano esprime forse il meglio liberando la sua romanità, emulo di Belli e Trilussa, in particolare con “Er basket quanno che se / chiamava pallacanestro”, con una concessione, un po’ romantica e un po’ nostalgica, al basket d’altri tempi: “Ar Taggia o ar Gianelli, in mezzo ai pini, / ar Dielleffe a a Stazione Tuscolana / co’ ‘n unico completo misto lana / l’attrezzatura era ‘n po’ spartana / ma ce bastava ‘n po’ de fantasia / pe’ giocà a orsa oppuro a campana / de l’esse autodidatti apologia / er lessico colorito da carampana / ruspanti, mica polli da batteria. / Epiche sfide dentr’all’Oratori / co’ pochi mezzi e poveri accessori”.

“Rime cestistiche” si chiude infatti con un ritorno all’antico, un tributo doveroso alla pallacanestro pionieristica che fu, e dalla quale – anche per Germano - tutto è iniziato. Il ricorso al vernacolo – così semplice e immediato, come lo era allora il gioco -, nel confermare la duttilità dell’Autore, rende la narrazione ancora più efficace e l’epilogo intrigante per il lettore che quel tempo l’ha vissuto, arricchendo di sentimento l’affascinante percorso.

 

Er Tajafori

Chi dice ch'er basket è gioco verticale
Nun c'ha tutti li torti a dire er vero,
Pur tuttavia nun è propio sincero,
Anche senza spiccà 'n sarto siderale

Pòi esse efficace e fare mòrto male,
Basta esse duro e no troppo leggero,
Sta concentrato, er pijo battajero!
Pè taja fori nun è fonnamentale

Annà per aria, bensì esse compatto,
Poi appoggia er culo artezza femore,
Dell'avversario, avè gusto per contatto

E spigne deciso senz'arcuna remore,
È gesto tecnico prezioso si ben fatto,
Prendine nota, o giocatore immemore!

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Lo chiami gioco ma è pur sempre guera,
Sii sardo ner mantenere 'a posizione,
Recuperà un rimbarzo tera tera
Vale doppio e dà gran soddisfazione

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